Sin dai tempi della scuola, chiunque si è imbattuto su questa memorabile data: il cinque maggio.

Il cinque maggio 1821, nel blu dell’oceano più lontano, sull’isola di Sant’Elena muore “l’anima del mondo”, “lo Spirito del mondo a cavallo” come disse il filosofo Hegel.

La morte di Napoleone, inequivocabilmente, segna uno spartiacque, ancora più forte della rivoluzione francese del 1789. Niente, dopo Napoleone, è lo stesso. L’antico regime, nonostante la “Restaurazione”, da questo momento, non riesce più ad affondare le sue nuove radici nel terreno europeo. I popoli insorgono e continueranno a farlo, le ambizioni nazionali e di indipendenza dei popoli si rafforzano sempre più, sviluppando una profonda coscienza nazionale. E’ questo uno dei lasciti di Napoleone. Al di là del diritto, al di là della riorganizzazione degli apparati statali, al di là della nuova arte della guerra, Napoleone lascia un segno nelle coscienze dei popoli.

Come non ricordare la gloriosa impresa del nostro sempre amato e ricordato Giuseppe Garibaldi che, proprio il cinque maggio 1861, parte con i “Mille”, aprendo la strada all’unificazione italiana da nord a sud.

Non è attestato che Napoleone sia un iniziato alla Massoneria, sappiamo per certo che il fratello Giuseppe abbia ricoperto il ruolo di Gran Maestro per il Grande Oriente di Francia. Così come sappiamo dell’affiliazione del padre, del fratello Luigi e del cognato Gioacchino Murat. Sotto l’influenza di Napoleone, in tutta Europa è registrabile uno “slancio massonico”. Accrescono le nuove Logge, i nuovi Iniziati e i lavori portano allo sviluppo di nuove idee e nuova linfa nel tessuto sociale e culturale dell’intero continente. Ricollegandoci con il rito di Memphis e Misraim, a seguito della campagna napoleonica in Egitto, vediamo un vivace sviluppo dei misteri iniziatici egizi. Misteri che trovano nella città di Napoli la fiamma alchemica di sublimazione e diffusione. Perché Napoli? Come detto, Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, regna su Napoli e le due Sicilie dal 1808 al 1815. Per secoli Napoli è crocevia di correnti misteriche e iniziatiche dai quattro angoli del Mediterraneo. Ancora oggi, infatti, restiamo affascinati di fronte a opere sublimi come il Cristo velato del 1753. Dopo la campagna di Egitto, che si conclude nel 1801, in Europa si sviluppa una corsa all’egittologia. Da un lato una ricerca di stile, dall’altro una ricerca di tipo storico e archeologico. Per noi, massoni, è il momento in cui gli antichi sacerdoti incontrano i nuovi iniziati. Come secoli addietro con le crociate e i Templari, ora, l’incontro con le truppe francesi innesta il fuoco di conoscenza che da vita ai riti di Tradizione Egizia come il nostro.

Ma, per concludere, Napoleone è stato massone?

Non abbiamo una risposta profana ma, al Cuore degli iniziati, è chiaro che Napoleone è, nella sua umanità, lo “Spirito del mondo a Cavallo…”

Ei fu. Siccome immobile,
       dato il mortal sospiro,
       stette la spoglia immemore
       orba di tanto spiro,
5        così percossa, attonita
       la terra al nunzio sta,
       muta pensando all’ultima
       ora dell’uom fatale;
       né sa quando una simile
10      orma di piè mortale
       la sua cruenta polvere
       a calpestar verrà.
       Lui folgorante in solio
       vide il mio genio e tacque;
15      quando, con vece assidua,
       cadde, risorse e giacque,
       di mille voci al sonito
       mista la sua non ha:
       vergin di servo encomio
20      e di codardo oltraggio,
       sorge or commosso al subito
       sparir di tanto raggio;
       e scioglie all’urna un cantico
       che forse non morrà.
25      Dall’Alpi alle Piramidi,
       dal Manzanarre al Reno,
       di quel securo il fulmine
       tenea dietro al baleno;
       scoppiò da Scilla al Tanai,
30      dall’uno all’altro mar.
       Fu vera gloria? Ai posteri
       l’ardua sentenza: nui
       chiniam la fronte al Massimo
       Fattor, che volle in lui
35      del creator suo spirito
       più vasta orma stampar.
       La procellosa e trepida
       gioia d’un gran disegno,
       l’ansia d’un cor che indocile
40      serve pensando al regno;
       e il giunge, e tiene un premio
       ch’era follia sperar;
       tutto ei provò: la gloria
       maggior dopo il periglio,
45      la fuga e la vittoria,
       la reggia e il tristo esiglio;
       due volte nella polvere,
       due volte sull’altar.
       Ei si nomò: due secoli,
50      l’un contro l’altro armato,
       sommessi a lui si volsero,
       come aspettando il fato;
       ei fe’ silenzio, ed arbitro
       s’assise in mezzo a lor.
55      E sparve, e i dì nell’ozio
       chiuse in sì breve sponda,
       segno d’immensa invidia
       e di pietà profonda,
       d’inestinguibil odio
60      e d’indomato amor.
       Come sul capo al naufrago
       l’onda s’avvolve e pesa,
       l’onda su cui del misero,
       alta pur dianzi e tesa,
65      scorrea la vista a scernere
       prode remote invan;
       tal su quell’alma il cumulo
       delle memorie scese!
       Oh quante volte ai posteri
70      narrar sé stesso imprese,
       e sull’eterne pagine
       cadde la stanca man!
       Oh quante volte, al tacito
       morir d’un giorno inerte,
75      chinati i rai fulminei,
       le braccia al sen conserte,
       stette, e dei dì che furono
       l’assalse il sovvenir!
       E ripensò le mobili
80      tende, e i percossi valli,
       e il lampo de’ manipoli,
       e l’onda dei cavalli,
       e il concitato imperio,
       e il celere ubbidir.
85      Ahi! Forse a tanto strazio
       cadde lo spirto anelo,
       e disperò; ma valida
       venne una man dal cielo
       e in più spirabil aere
90      pietosa il trasportò;
       e l’avviò, pei floridi
       sentier della speranza,
       ai campi eterni, al premio
       che i desideri avanza,
95      dov’è silenzio e tenebre
       la gloria che passò.
       Bella Immortal! benefica
       Fede ai trionfi avvezza!
       scrivi ancor questo, allegrati;
100        ché più superba altezza
       al disonor del Golgota
       giammai non si chinò.
       Tu dalle stanche ceneri
       sperdi ogni ria parola:
105        il Dio che atterra e suscita,
       che affanna e che consola,
       sulla deserta coltrice
       accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni – Il cinque maggio


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